Iniziamo con i “dolori”. La mia futura sposa ha deciso che sarebbe cosa buona e giusta che noi ci si sposi con rito religioso e, in particolare, cattolico e romano. La mia appartenenza al genere “cattolico apostolico romano” non è esattamente quella descritta nei vocabolari. Diciamo, per chiarire meglio la situazione, che la mia ultima comunione coincide con la prima. Da allora non mi confesso, privilegiando un rapporto diretto tra “peccatore” e Divinità e non ho fatto la cresima. Non ho alcun fastidio ad entrare in chiesa ma, per dirla come uno che ne sa parecchie… non ce l’ho con Dio ma con il suo Amministratore Delegato e con tutto il Consiglio di Amministrazione.
Sapevo, per via di amici già sposati, che per celebrare il rito in chiesa occorre partecipare ad un “corso prematrimoniale”. Mi avevano parlato di alcuni incontri, scarsamente improntati alle tematiche religiose e più simili, invece, a riunioni tra amici o presunti tali che si raccontano episodi della loro vita di coppia… il tutto accompagnato da coppie di persone sposate che per il solo fatto di avere 20 anni di matrimonio pensano di sapere “come si vive in coppia” e di un prete che, di fatto, del matrimonio conosce solo gli antefatti, la ritualistica ed una lunga serie di “si dice in giro che”. Naturalmente non affronto le tematiche più prettamente religiose. Non sono un teologo, non sono il migliore dei credenti, non sono nessuno per mettere in discussione l’esistenza o meno di Dio.
Fatto sta che per sposarsi occorre questo benedetto “certificato” che si conquista solo frequentando il corso. E’ pur vero che esiste il matrimonio misto, che unisce un credente ad un non credente, ma mi sembrava una cosa interessante ed ho ceduto. (il quasi sposo)
